Come si sceglie un obiettivo nell'intervento per l'autismo: partire dallo sviluppo, non da una lista di esercizi

Dopo una diagnosi di autismo, il progetto educativo rischia facilmente di trasformarsi in una lunga lista di abilità da insegnare: riconoscere i colori, completare puzzle, denominare immagini, imitare movimenti, rispondere a domande. Queste attività possono essere utili, ma una lista di esercizi non costituisce ancora un intervento.

Negli Interventi Naturalistici Evolutivi Comportamentali, o NDBI, prima di scegliere cosa proporre ci si domanda:

Quale competenza è pronta a emergere? Perché è importante? In quali momenti della vita servirà davvero al bambino?

L’attività è uno strumento, non l’obiettivo.

Uno stesso gioco può essere utilizzato per lavorare su competenze molto diverse.

Con una pista di macchinine, per esempio, possiamo aiutare il bambino a:

  • chiedere di continuare;
  • alternare i turni;
  • imitare un’azione;
  • condividere l’attenzione;
  • accettare una piccola variazione;
  • chiedere aiuto.

La macchinina è il mezzo. L’obiettivo indica la direzione.

Per questo non si sceglie un obiettivo (vedi post sugli Obiettivi di apprendimento) soltanto perché si possiedono determinate schede o un nuovo gioco educativo. Prima si individua la competenza utile al bambino, poi si cercano le attività più adatte per promuoverla.

Partire dal livello di sviluppo reale

Gli NDBI adottano una prospettiva evolutiva. Non considerano soltanto l’età anagrafica, ma osservano come il bambino comunica, gioca, imita, interagisce, affronta le novità e partecipa alle routine quotidiane.

È utile distinguere tra:

  • abilità già consolidate;
  • abilità emergenti, che compaiono con un piccolo aiuto;
  • abilità ancora troppo complesse.

Spesso sono proprio le abilità emergenti a indicare il punto migliore da cui partire: sono abbastanza vicine da poter essere apprese senza provocare eccessiva frustrazione.

Seguire lo sviluppo non significa però applicare una scala rigida. Significa utilizzare le tappe evolutive come una mappa, rispettando il profilo unico di ogni bambino.

Scegliere competenze che aprano nuove possibilità

Non tutte le abilità hanno lo stesso valore evolutivo.

Alcune competenze producono effetti anche su altre aree dello sviluppo. Tra queste troviamo:

  • iniziativa comunicativa;
  • attenzione congiunta;
  • imitazione;
  • turnazione;
  • gioco condiviso;
  • flessibilità;
  • autoregolazione;
  • capacità di chiedere aiuto.

Se un bambino impara a iniziare spontaneamente un’interazione, non acquisisce soltanto un nuovo comportamento: aumenta anche il numero delle occasioni in cui può comunicare e imparare dagli altri.

Per questo negli NDBI si dà particolare importanza alle cosiddette abilità pivotali, capaci di generare effetti più ampi rispetto alla singola abilità allenata.

Ascoltare anche la famiglia

Un obiettivo può essere corretto dal punto di vista evolutivo, ma poco rilevante per la vita quotidiana.

Se, per esempio, il momento più difficile della giornata è vestirsi, un obiettivo come “ampliare il vocabolario” può essere trasformato in qualcosa di più concreto:

Comunicare la scelta tra due indumenti e chiedere aiuto durante la routine del vestirsi.

In questo modo si lavora comunque sul linguaggio, ma dentro un’attività reale e importante per il bambino e la sua famiglia.

La domanda centrale diventa quindi:

Quale nuova competenza permetterebbe al bambino di partecipare meglio alla propria giornata?

Rendere l’obiettivo osservabile

Espressioni come “migliorare il linguaggio”, “aumentare l’attenzione” o “sviluppare la socializzazione” indicano aree importanti, ma sono ancora troppo generiche.

Un buon obiettivo dovrebbe chiarire:

  • in quale situazione deve comparire la competenza;
  • che cosa farà concretamente il bambino;
  • con quale livello di aiuto;
  • quanto spesso;
  • con quali persone o materiali.

Per esempio:

Obiettivo generico

  • Migliorare la comunicazione spontanea.

Obiettivo più preciso

  • Durante giochi motivanti, il bambino comunica la volontà di continuare attraverso un gesto, un simbolo, una vocalizzazione o una parola, con un aiuto minimo e con almeno due persone diverse.

Un obiettivo può essere misurabile senza diventare rigido o meccanico.

Pensare subito alla generalizzazione

Una competenza non è pienamente acquisita se compare soltanto con un operatore, in una stanza e con un materiale specifico.

Per questo la generalizzazione deve essere prevista fin dall’inizio, variando gradualmente:

  • persone;
  • attività;
  • materiali;
  • ambienti;
  • momenti della giornata.

Dire “ancora” durante le bolle è un primo passo. Utilizzare la stessa funzione comunicativa anche durante una canzone, un gioco motorio o una merenda significa rendere quella competenza realmente utile.

Pochi obiettivi, molte occasioni

Un progetto con troppi obiettivi contemporanei può diventare dispersivo.

Spesso è più efficace scegliere poche priorità e creare numerose occasioni per esercitarle dentro giochi e routine differenti.

L’adulto conosce l’obiettivo, ma il bambino vive un’attività coinvolgente, una relazione o un momento della propria quotidianità.

Come lavoriamo allo Studio Pedagogico Maieutica

Nel nostro lavoro, la scelta degli obiettivi segue alcuni passaggi fondamentali:

  • osserviamo il bambino nel gioco, nella comunicazione e nelle autonomie;
  • individuiamo le competenze consolidate e quelle emergenti;
  • ascoltiamo le priorità della famiglia;
  • scegliamo pochi obiettivi funzionali;
  • li definiamo in modo osservabile;
  • li inseriamo in attività motivanti;
  • monitoriamo i progressi e modifichiamo il percorso quando necessario.

L’intervento deve seguire lo sviluppo del bambino, non costringere il bambino a seguire un programma prestabilito.

Per approfondire

Nel nostro libro Gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali per l’autismo. Guida operativa per professionisti e caregiver approfondiamo le tappe evolutive, le aree prioritarie dell’intervento e la formulazione di obiettivi funzionali, osservabili e generalizzabili. 

Schreibman L. et al. (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45, 2411–2428.

Devescovi R. et al. (2021). Feasibility and Outcomes of the Early Start Denver Model Implemented in a Community Setting. (Lo studio descrive l’utilizzo di una griglia evolutiva per individuare abilità e obiettivi individualizzati.)

Division for Early Childhood – DEC Recommended Practices. (Indicazioni per scegliere obiettivi significativi, collegati alla partecipazione, all’autonomia e alle priorità del bambino e della famiglia.)


In un panorama educativo in continua evoluzione, questo libro nasce da un intento semplice ma ambizioso: rendere accessibili a tutti – educatori, genitori, insegnanti, terapisti – i principi e le strategie degli Interventi Naturalistici Evolutivi Comportamentali (NDBI), tra i più avanzati e rispettosi per il sostegno allo sviluppo nei bambini con autismo e altri disturbi del neurosviluppo.

Frutto di oltre vent’anni di lavoro sul campo e arricchito da esempi pratici, giochi, attività quotidiane e routine educative, questo testo unisce il rigore scientifico alla concretezza dell’intervento quotidiano. Senza formule magiche, ma con competenza e realismo, guida il lettore a costruire relazioni significative, ambienti motivanti e percorsi di crescita condivisa.

Il libro è suddiviso in cinque parti:

una prima parte teorica per comprendere il senso profondo degli NDBI; una sezione pratica con oltre 20 strategie operative; una raccolta ricca di giochi e attività da proporre nella quotidianità; approfondimenti su linguaggio, comportamenti problema, setting educativo e lavoro in piccolo gruppo; una sezione finale con glossario, tappe di sviluppo, domande frequenti e materiali di supporto.

Ideale per chi lavora con bambini nello spettro autistico, ma anche per chi desidera avvicinarsi a un approccio educativo più naturale, empatico e motivante.


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