Scacchi e disturbi del neurosviluppo: molto più che allenare la mente
Una scacchiera, trentadue pezzi e una regola fondamentale: prima di agire bisogna fermarsi, osservare e pensare.
Forse è proprio questo uno degli aspetti che rende gli scacchi interessanti nel lavoro educativo con alcuni bambini con disturbi del neurosviluppo. Non perché rappresentino una terapia, né perché possano genericamente “aumentare l’intelligenza”, ma perché permettono di esercitare diverse abilità cognitive, emotive e sociali all’interno di un’attività strutturata e motivante.Come accade con tutti i giochi, però, il valore educativo degli scacchi non dipende soltanto dalle loro regole. Dipende soprattutto da come vengono proposti, dagli obiettivi scelti e dalle caratteristiche del singolo bambino.
Una palestra per le funzioni esecutive
Per giocare a scacchi non basta conoscere il movimento dei pezzi. Il bambino deve mantenere alcune informazioni nella mente, controllare la risposta più impulsiva, confrontare diverse alternative e modificare il proprio piano quando la situazione cambia.
Entrano quindi in gioco alcune importanti funzioni esecutive:
- la memoria di lavoro, necessaria per ricordare la posizione dei pezzi e le mosse considerate;
- il controllo inibitorio, che permette di non effettuare immediatamente la prima mossa che viene in mente;
- la pianificazione, utile per organizzare una sequenza di azioni;
- la flessibilità cognitiva, necessaria per abbandonare un piano che non funziona più;
- il monitoraggio dell’errore, cioè la capacità di accorgersi delle conseguenze delle proprie decisioni.
Uno studio pubblicato nel 2025, condotto su 88 bambini di cinque e sei anni, ha rilevato nel gruppo che frequentava corsi di scacchi punteggi più elevati nella memoria di lavoro visuospaziale. Gli autori precisano però che si trattava di uno studio correlazionale: non possiamo quindi concludere con certezza che siano stati gli scacchi a produrre la differenza.
Questa cautela è importante. Gli scacchi richiedono funzioni esecutive e possono offrire occasioni per esercitarle, ma il passaggio dal miglioramento nel gioco a un cambiamento stabile nella vita quotidiana non è automatico.
Fermarsi prima di muovere
Per alcuni bambini con ADHD, uno degli obiettivi educativi può essere imparare a inserire una piccola pausa tra l’impulso e l’azione.
Negli scacchi questa pausa è incorporata nella struttura stessa del gioco. Una mossa affrettata può lasciare un pezzo indifeso, perdere la regina o trasformare un’ottima posizione in un piccolo disastro medievale.
L’adulto può allora insegnare una semplice routine:
Fermati – guarda – pensa – muovi.
Prima di spostare un pezzo, il bambino può essere guidato a chiedersi:
- Il mio re è al sicuro?
- L’avversario sta minacciando qualcosa?
- Se faccio questa mossa, cosa potrebbe succedere?
- Esiste un’alternativa migliore?
In questo modo la partita diventa un contesto concreto nel quale allenare l’automonitoraggio. L’obiettivo non è impedire l’errore, ma aiutare il bambino a rendere più consapevole il processo decisionale.
Alcuni studi pilota hanno esplorato l’impiego degli scacchi con bambini e adolescenti con ADHD. Una ricerca del 2016 ha osservato una riduzione dei sintomi riferiti da genitori e partecipanti dopo tre mesi di allenamento, ma lo studio non disponeva di un gruppo di controllo adeguato. Un successivo studio controllato ha rilevato miglioramenti in alcuni aspetti della regolazione emotiva, ma non un miglioramento significativo complessivo dei sintomi esecutivi. Gli stessi autori considerano quindi i risultati preliminari.
La conclusione non è che gli scacchi “curino l’ADHD”, ma che possano diventare, per alcuni bambini, una delle attività attraverso cui esercitare attenzione, attesa, controllo della risposta e gestione dell’errore.
Imparare a cambiare piano
Un bambino può aver preparato una sequenza brillante di mosse. Poi l’avversario ne compie una inattesa e quel piano non è più utilizzabile.
È una situazione preziosa per lavorare sulla flessibilità cognitiva.
L’adulto può verbalizzare ciò che sta accadendo:
“Il tuo piano era valido prima, ma la situazione è cambiata. Adesso dobbiamo costruirne uno nuovo.”
Per alcuni bambini con autismo o con altri profili caratterizzati da rigidità, l’esperienza di modificare una strategia può essere proposta in un ambiente molto più prevedibile della vita quotidiana. La scacchiera ha confini chiari, regole stabili e un numero limitato di possibilità. Il cambiamento avviene, ma dentro una cornice comprensibile.
Questo rende gli scacchi potenzialmente interessanti: permettono di incontrare l’imprevisto senza trovarsi nel caos.
Naturalmente, lo stesso gioco può produrre l’effetto opposto quando viene vissuto in modo eccessivamente competitivo o perfezionistico. Se ogni errore diventa intollerabile, la partita non sta più allenando la flessibilità: sta semplicemente offrendo un nuovo luogo in cui irrigidirsi. Per questo l’adulto deve osservare non soltanto come il bambino gioca, ma anche come reagisce quando il piano fallisce.
Considerare il punto di vista dell’altro
Negli scacchi non basta chiedersi: “Cosa voglio fare io?”. Bisogna domandarsi continuamente:
“Che cosa potrebbe fare l’altro?”
Questa operazione richiede di uscire momentaneamente dalla propria prospettiva e rappresentarsi quella dell’avversario.
Uno studio condotto su un piccolo gruppo di giocatori di 11 e 12 anni ha rilevato prestazioni migliori in alcuni compiti di prospettiva visiva rispetto ai coetanei senza esperienza scacchistica. Anche in questo caso, però, il disegno trasversale e il numero ridotto di partecipanti non consentono di stabilire un rapporto causale. Inoltre, gli autori sottolineano che la capacità di assumere una prospettiva sulla scacchiera non coincide necessariamente con la comprensione degli stati mentali nelle relazioni quotidiane.
Gli scacchi possono quindi offrire un’occasione per esercitare una forma concreta di decentramento:
- Che cosa vede l’avversario?
- Quale pezzo vuole attaccare?
- Perché ha fatto quella mossa?
- Quale risposta si aspetta da me?
Per avvicinare maggiormente il gioco alle competenze sociali, l’adulto può accompagnare la partita con brevi domande sulle intenzioni e sulle ipotesi, evitando però di trasformare ogni mossa in un’interrogazione di filosofia della mente.
Gestire l’errore e la sconfitta
Gli scacchi espongono inevitabilmente all’errore. Anche una sola disattenzione può modificare l’intera partita. Per questo possono diventare un contesto utile per lavorare sulla tolleranza della frustrazione e sulla regolazione emotiva.
È importante, però, non presentare la sconfitta come una lezione morale da impartire al bambino.
Prima di poter “imparare a perdere”, il bambino deve sentirsi sostenuto mentre sperimenta la delusione.
Può essere utile distinguere tre momenti:
- Durante la partita, l’adulto aiuta a riconoscere i segnali di crescente agitazione e propone eventualmente una pausa.
- Subito dopo, accoglie l’emozione senza minimizzarla: “Ti dispiace molto aver perso la regina. Avevi costruito un bel piano.”
- In seguito, quando il bambino è nuovamente disponibile, si può rivedere una posizione e cercare una possibile alternativa.
L’analisi dell’errore deve essere breve, concreta e priva di giudizio. Non “Hai giocato male”, ma “Qui non avevamo visto che la torre controllava questa casella”.
In questo modo l’errore diventa un’informazione, non una sentenza sul valore personale.
Turni, regole e reciprocità
Gli scacchi sono anche un gioco profondamente sociale. La partita inizia con una stretta di mano e con l’augurio reciproco di una buona partita, e si conclude allo stesso modo, indipendentemente dal risultato. Durante il gioco, due persone condividono lo stesso spazio, rispettano turni precisi e agiscono continuamente in risposta alle scelte dell’altra.
Questi piccoli rituali aiutano il bambino a riconoscere l’avversario non soltanto come qualcuno da battere, ma come un compagno necessario per vivere l’esperienza del gioco. Salutare, attendere, rispettare le regole e accettare la conclusione della partita diventano così occasioni concrete per esercitare reciprocità, correttezza e rispetto dell’altro.
Per alcuni bambini questo può favorire:
- l’attesa del proprio turno;
- il rispetto di una cornice condivisa;
- la capacità di seguire l’azione dell’altro;
- la comunicazione funzionale;
- l’accettazione di regole comuni;
- la partecipazione a un interesse condiviso.
Nel nostro lavoro abbiamo sottolineato come i giochi da tavolo possano sostenere attenzione condivisa, memoria, funzioni esecutive, regolazione e alternanza, a condizione che vengano adattati al livello del bambino e mantenuti dentro un’esperienza motivante. Gli scacchi possono essere considerati una versione più complessa di questa stessa opportunità educativa.
Per alcuni bambini nello spettro autistico, inoltre, gli scacchi possono diventare un terreno d’incontro particolarmente efficace. La relazione non è affidata soltanto alla conversazione spontanea, spesso imprevedibile, ma è mediata da un oggetto condiviso e da regole esplicite. Il gioco può quindi offrire un modo strutturato di stare con l’altro senza richiedere continuamente di interpretare segnali sociali ambigui.
Come adattare gli scacchi al bambino
Gli scacchi sono utili soltanto quando risultano accessibili e sufficientemente motivanti.
Con un bambino che presenta difficoltà attentive possono funzionare meglio attività di cinque o dieci minuti, posizioni con pochi pezzi e obiettivi immediati. Le partite lunghe rischiano di trasformare l’allenamento dell’attenzione in una prova di sopravvivenza.
- Con un bambino che fatica nella memoria di lavoro può essere utile utilizzare promemoria visivi con il movimento dei pezzi, frecce colorate o una breve checklist da consultare prima della mossa.
- Con un bambino molto rigido può essere opportuno introdurre inizialmente problemi cooperativi e partite senza registrare il risultato, valorizzando la ricerca di alternative più che la vittoria.
- Con un bambino che vive intensamente la sconfitta, l’adulto può proporre sfide contro un problema, contro il tempo personale o in coppia, evitando che ogni esperienza venga organizzata come un duello.
- Con un bambino già appassionato, infine, è possibile utilizzare quello stesso interesse per ampliare gradualmente la dimensione sociale: spiegare una posizione a un compagno, collaborare, partecipare a un piccolo gruppo o insegnare il movimento di un pezzo a un principiante.
Il rischio della falsa generalizzazione
La ricerca sugli scacchi mostra risultati interessanti, ma non autorizza promesse spettacolari. Una meta-analisi sugli effetti dell’istruzione scacchistica ha rilevato un effetto complessivo modesto sulle abilità cognitive e scolastiche. Gli autori hanno però evidenziato importanti limiti metodologici: molti studi non disponevano di gruppi di controllo attivi adeguati e non permettevano di escludere effetti legati alla motivazione, alle aspettative o alla maggiore attenzione ricevuta dai partecipanti.
In altre parole, diventare più bravi a pianificare una mossa non significa necessariamente diventare più organizzati nel preparare lo zaino. Aspettare il turno davanti alla scacchiera non garantisce automaticamente di saperlo fare durante una conversazione. La generalizzazione deve essere progettata.
Dopo una partita, l’adulto può collegare esplicitamente l’esperienza ad altri contesti:
“Prima di muovere hai controllato due possibilità. Possiamo usare la stessa strategia anche per decidere da quale compito iniziare.”
Oppure:
“Quando il tuo piano non funzionava, ne hai costruito un altro. È quello che possiamo fare anche quando cambia il programma della giornata.”
Questi collegamenti non assicurano il trasferimento, ma aiutano il bambino a riconoscere una strategia comune tra situazioni differenti.
Conclusione
Gli scacchi non sono adatti a tutti i bambini e non possiedono proprietà terapeutiche automatiche. Non sostituiscono un intervento educativo individualizzato e non trasformano magicamente attenzione, autocontrollo o competenze sociali.
Possono però diventare un ottimo strumento quando incontrano l’interesse del bambino e vengono utilizzati con obiettivi chiari.
Dentro una partita si può imparare a fermarsi, considerare alternative, osservare le conseguenze, cambiare piano, rispettare il turno e tollerare un errore. Si può anche scoprire che l’avversario non è soltanto qualcuno da battere, ma una persona da osservare, comprendere e con cui costruire un’esperienza condivisa.
Il vero valore educativo degli scacchi non sta quindi nella promessa di rendere i bambini più intelligenti. Sta nella possibilità di rendere visibili alcuni processi mentali che, nella vita quotidiana, avvengono spesso troppo velocemente per poter essere osservati e guidati.
Sulla scacchiera ogni scelta lascia una traccia. E proprio per questo può diventare un buon punto di partenza per imparare a pensare sulle proprie azioni.
Fonti per approfondire
- Yakushina A., Chichinina E., Dolgikh A. (2025), Chess classes and executive function skills in 5–6 years old children: evidence from cross-sectional study, Frontiers in Psychology.
- Sala G., Gobet F. (2016), Do the benefits of chess instruction transfer to academic and cognitive skills? A meta-analysis, Educational Research Review.
- Aciego R., García L., Betancort M. (2012), The benefits of chess for the intellectual and social-emotional enrichment in schoolchildren, The Spanish Journal of Psychology.
- Gao Q. et al. (2019), Secret of the Masters: Young Chess Players Show Advanced Visual Perspective Taking, Frontiers in Psychology.
- Blasco-Fontecilla H. et al. (2016), Efficacy of chess training for the treatment of ADHD: A prospective, open-label study, Revista de Psiquiatría y Salud Mental.
- Rodrigo-Yanguas M. et al. (2023), Effectiveness of a personalized, chess-based training serious video game in children with ADHD, JMIR Serious Games.
- Orrù F., Pinna N.C. (2025), Gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali per l’autismo: una guida operativa per professionisti e caregivers, Studio Maieutica Edizioni.







Commenti
Posta un commento