Intervento precoce, un passo alla volta parte 1–Intervenire prima della diagnosi
Questa serie nasce dall’esperienza dello Studio Pedagogico Maieutica e dal lavoro maturato nell’ambito degli precoci. Riprendendo alcuni temi approfonditi nel nostro libro, accompagneremo il lettore, un passo alla volta, dentro le competenze fondamentali dell’intervento precoce, con uno sguardo concreto, evolutivo e attento alla quotidianità del bambino.
Quando un bambino piccolo comunica poco, non indica, coinvolge raramente l’adulto nel gioco o mostra difficoltà nelle interazioni, genitori e professionisti possono trovarsi sospesi nell’attesa.Si aspetta una visita, una valutazione, una possibile diagnosi. Nel frattempo, però, il bambino continua a crescere. È quindi necessario attendere la conclusione dell’iter diagnostico prima di iniziare a sostenerne lo sviluppo? La risposta è no.
Quando emerge una difficoltà evolutiva, è possibile intervenire sulle competenze osservabili anche senza sapere ancora quale sarà la diagnosi. Questo principio è coerente con gli Interventi Naturalistici Evolutivi Comportamentali, che possono sostenere precocemente comunicazione, gioco, partecipazione e coinvolgimento sociale, anche prima di una diagnosi formale.
Sostenere una difficoltà non significa formulare una diagnosi
Intervenire precocemente non significa decidere che un bambino sia autistico senza una valutazione specialistica. Significa partire da ciò che possiamo osservare. Un bambino può, per esempio:
- utilizzare pochi gesti comunicativi;
- non indicare per mostrare qualcosa;
- faticare a imitare azioni semplici;
- coinvolgere poco l’adulto nel proprio gioco;
- giocare sempre nello stesso modo;
- comunicare prevalentemente attraverso il pianto o portando fisicamente l’adulto verso ciò che desidera.
Questi segnali non costituiscono da soli una diagnosi e possono essere collegati a condizioni differenti. Tuttavia, indicano competenze che meritano attenzione.Non è necessario conoscere già il nome della difficoltà per aiutare un bambino a comunicare, condividere il gioco, partecipare alle routine o tollerare una piccola variazione. L’intervento può partire dal bisogno evolutivo, non dall’etichetta.
La diagnosi rimane importante
Sostenere lo sviluppo senza applicare etichette non significa considerare inutile la diagnosi.
Una valutazione accurata permette di comprendere meglio il profilo del bambino, orientare gli interventi e individuare eventuali bisogni associati. Lo screening, inoltre, non equivale a una diagnosi: serve a riconoscere i bambini che necessitano di una valutazione più approfondita. Il problema nasce quando l’attesa diventa un tempo vuoto, durante il quale tutti osservano le difficoltà ma nessuno interviene. Valutazione e sostegno educativo possono procedere insieme: mentre gli specialisti approfondiscono il profilo del bambino, genitori e operatori possono già lavorare sulle competenze che appaiono fragili o emergenti.
Su cosa si può intervenire?
Prima di una diagnosi non è corretto costruire un trattamento rivolto a una condizione soltanto ipotizzata. È invece possibile proporre attività individualizzate e adeguate al livello di sviluppo del bambino.
Comunicazione intenzionale: Il bambino può essere aiutato a utilizzare sguardi, gesti, vocalizzazioni, immagini o parole per chiedere, rifiutare, mostrare e condividere. Comunicare non significa soltanto ottenere un oggetto. Significa anche richiamare l’attenzione dell’altro e partecipare a uno scambio.
Attenzione congiunta:Seguire l’indicazione di un adulto, alternare lo sguardo tra una persona e un oggetto o mostrare qualcosa di interessante sono fondamenta importanti dell’apprendimento sociale e linguistico.
Imitazione e gioco condiviso: Imitare gesti e azioni permette al bambino di imparare osservando gli altri. Anche l’adulto può imitare il bambino per entrare delicatamente nel suo gioco. Una macchinina fatta scorrere avanti e indietro può così diventare una breve routine a due, con pause, turni e piccole variazioni.
Regolazione: Prima di proporre un’attività bisogna considerare lo stato del bambino.È stanco? Sovraccarico? Ha bisogno di muoversi? L’ambiente è troppo rumoroso? La richiesta è troppo difficile?Un bambino può partecipare e imparare meglio quando si trova in una condizione di sufficiente calma e disponibilità.
La casa non deve diventare una stanza di terapia
Intervenire precocemente non significa riempire ogni momento della giornata di esercizi.
Le occasioni di apprendimento possono essere inserite nelle normali attività quotidiane:
- durante la merenda;
- nel gioco sul tappeto;
- leggendo un libro;
- cantando una canzoncina;
- mentre ci si veste;
- durante il bagnetto;
- mettendo in ordine i giocattoli.
L’adulto osserva, aspetta, segue l’interesse del bambino e risponde ai suoi tentativi di comunicazione. Può offrire un piccolo aiuto, lasciando però spazio all’iniziativa.
Meglio scegliere poche competenze significative e sostenerle con continuità, piuttosto che trasformare ogni interazione familiare in una prova.
Cosa dice la ricerca?
Gli studi sugli interventi rivolti a bambini molto piccoli che mostrano segnali precoci, ma non possiedono ancora una diagnosi, sono promettenti.
Alcune ricerche hanno rilevato miglioramenti nella comunicazione sociale, nel linguaggio e nella capacità dei genitori di rispondere ai segnali del bambino. I risultati, tuttavia, non autorizzano a parlare di interventi che “prevengono” o cancellano l’autismo.
Il messaggio più prudente è anche il più utile: quando emergono difficoltà nello sviluppo, offrire precocemente esperienze comunicative, relazionali e ludiche adeguate può favorire l’acquisizione di nuove competenze.
Cosa può fare una famiglia durante l’attesa?
Le preoccupazioni sullo sviluppo dovrebbero essere condivise con il pediatra e approfondite attraverso una valutazione appropriata. Nel frattempo, la famiglia può:
- osservare quando e come il bambino comunica;
- individuare giochi e attività realmente motivanti;
- creare brevi routine piacevoli e ripetibili;
- lasciare più tempo perché possa prendere l’iniziativa;
- riconoscere come comunicativi anche gesti, sguardi e vocalizzazioni;
- annotare i cambiamenti e condividerli con i professionisti.
Non occorre anticipare una diagnosi. Occorre conoscere il bambino che abbiamo davanti. Una diagnosi può richiedere tempo. Lo sviluppo, invece, continua. Questo non deve generare allarmismo né una corsa verso interventi intensivi e indiscriminati. Deve spingerci a osservare con attenzione e a offrire al bambino opportunità adeguate alle sue competenze attuali.
Intervenire prima della diagnosi significa non trattare un disturbo che non è stato ancora accertato, ma sostenere abilità evolutive che mostrano già di aver bisogno di attenzione.
- Senza anticipare conclusioni.
- Senza promettere miracoli.
- Senza lasciare che l’attesa diventi immobilità.
Fonti per approfondire
- American Academy of Pediatrics. Identification, Evaluation, and Management of Children With Autism Spectrum Disorder. Pediatrics, 2020.
- Centers for Disease Control and Prevention. Clinical Screening for Autism Spectrum Disorder.
- Whitehouse, A. J. O. et al. Effect of Preemptive Intervention on Developmental Outcomes Among Infants Showing Early Signs of Autism. JAMA Pediatrics, 2021.
- Gómez-Cotilla, R., López-de-Uralde-Selva, M. A., Valero-Aguayo, L. Efficacy of Early Intervention Programmes: Systematic Review and Meta-analysis. Psicología Educativa, 2024.
- Istituto Superiore di Sanità. Linea guida sulla diagnosi e sul trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti.
- Orrù, F., Pinna, N. C. Gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali per l’autismo: una guida operativa per professionisti e caregiver.




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