Il gesto di indicare: una piccola azione che apre la comunicazione - Intervento precoce, un passo alla volta – 3
Nel precedente articolo, “Prima delle parole: riconoscere e sostenere i primi gesti comunicativi”, abbiamo visto come la comunicazione emerga molto prima del linguaggio e come sguardi, vocalizzi e gesti acquistino progressivamente un’intenzione sempre più chiara.
Tra questi gesti ce n’è uno particolarmente importante: indicare.
Non perché il dito indice abbia qualcosa di speciale in sé, ma perché attraverso quel piccolo movimento accade qualcosa di nuovo nella relazione tra bambino e adulto.
Un dito che coinvolge un’altra persona
Immaginiamo un bambino che vede un aereo nel cielo. Potrebbe semplicemente guardarlo. Potrebbe sorridere o agitarsi per l’entusiasmo. A un certo punto, però, fa qualcosa di diverso: allunga il dito verso l’aereo e cerca di coinvolgere l’adulto. Il gesto sembra semplice, ma contiene una competenza straordinaria. Il bambino non sta soltanto prestando attenzione a qualcosa: sta cercando di portare anche l’attenzione dell’altra persona su quella stessa cosa.
Si crea così una relazione a tre:
il bambino – l’adulto – ciò che stanno osservando.
È uno dei passaggi fondamentali verso quella che chiamiamo attenzione congiunta, tema che approfondiremo nel prossimo articolo. Nel nostro libro la descriviamo proprio come la capacità di condividere con un’altra persona l’interesse per un oggetto, un evento o un suono.
Non tutte le indicazioni vogliono dire la stessa cosa
Nel precedente articolo abbiamo già incontrato una distinzione importante.Un bambino può indicare il succo perché vuole berlo oppure può indicare una ruspa che passa perché vuole mostrarcela.Nel primo caso chiede qualcosa; nel secondo condivide qualcosa.
In termini più tecnici, abbiamo visto che il gesto può assumere una funzione vicina al mand, quando serve a ottenere qualcosa, oppure al tact, quando viene utilizzato per mostrare o commentare ciò che è presente nell’ambiente.
Qui però ci interessa soprattutto un altro aspetto: nel secondo caso la risposta dell’adulto è parte stessa dello scopo della comunicazione.Il bambino indica la ruspa e guarda la mamma. La mamma guarda nella stessa direzione e dice: “Wow, hai visto che grande!” Il bambino sorride. Non ha ottenuto un oggetto. Ha ottenuto qualcosa di diverso: una persona che ha condiviso con lui quell’esperienza.
Non guardiamo soltanto il dito
Quando osserviamo l’indicazione, quindi, non dovremmo limitarci a verificare se il bambino sappia fisicamente puntare il dito.
È molto più interessante osservare come utilizza quel gesto nella relazione.
Dopo aver indicato, cerca l’adulto? Alterna lo sguardo tra la persona e ciò che sta mostrando? Aspetta una reazione? Ripete il gesto se l’altro non ha capito?
Un bambino può anche non utilizzare ancora un’indicazione perfettamente formata e tuttavia mostrare chiaramente questa intenzione: può tendere tutta la mano, mostrare un oggetto, vocalizzare oppure guardare rapidamente l’adulto e poi ciò che gli interessa.
Per questo, soprattutto nell’intervento precoce, è importante riconoscere e valorizzare anche i tentativi comunicativi emergenti, senza aspettare una forma perfetta.
Indicare e seguire l’indicazione
C’è poi l’altra metà dello scambio. Non solo il bambino può indicare qualcosa all’adulto: deve gradualmente imparare anche a comprendere quando è l’adulto a farlo. “Guarda, un gatto!” L’adulto indica e il bambino segue quella direzione.
Sono due competenze differenti ma strettamente collegate: portare l’attenzione dell’altro verso qualcosa e lasciarsi guidare dall’attenzione dell’altro.
Negli NDBI entrambe vengono considerate importanti perché aumentano le occasioni in cui il bambino può imparare attraverso le persone e le esperienze condivise.
Come possiamo favorire l’indicazione?
Anche in questo caso non serve trasformare il gesto in un esercizio ripetuto. Possiamo invece usarlo molto noi stessi, dentro situazioni realmente interessanti. Durante una passeggiata:
- “Guarda, un gatto!”
- Sfogliando un libro:
- “Oh! Il camion!”
- Davanti a qualcosa di buffo:
- “Guarda cosa è successo!”
Il bambino vede così il gesto inserito nella sua funzione naturale: serve a portare l’attenzione di qualcuno verso qualcosa. Possiamo inoltre osservare attentamente le sue iniziative. Se guarda con interesse un oggetto e poi si volta verso di noi, possiamo seguire immediatamente quello sguardo: “Hai visto la luce!”
Se tende la mano verso qualcosa, possiamo interpretare il gesto e accompagnarlo con le parole. Se prova a mostrarci un oggetto, guardiamo davvero ciò che ci sta mostrando.
La risposta dell’adulto dà valore alla comunicazione.
Creare occasioni, non mettere alla prova
Libri illustrati, animali, bolle di sapone, oggetti nuovi, una torre che cade o qualcosa che appare improvvisamente possono favorire naturalmente il desiderio di mostrare e condividere.
Ma c’è una differenza importante tra creare un’occasione e richiedere una prestazione.
Ripetere continuamente:
- “Indica.”
- “Fammi vedere.”
- “Dov’è?”
- “Indica con il dito.”
può insegnare al bambino a eseguire un comando, ma non necessariamente a utilizzare spontaneamente quel gesto per comunicare.
L’obiettivo più interessante non è avere un bambino che indica quando glielo chiediamo.
È avere un bambino che, vedendo qualcosa di sorprendente, abbia voglia di coinvolgerci.
Quando prestare maggiore attenzione
Come abbiamo ricordato anche nell’articolo precedente, un singolo comportamento non permette di formulare una diagnosi.
Esistono differenze individuali nello sviluppo e il gesto di indicare deve essere osservato insieme alle altre competenze comunicative e sociali.
Tuttavia, se nel corso dello sviluppo il bambino utilizza molto raramente gesti per comunicare, non cerca di mostrare ciò che gli interessa, fatica a seguire l’indicazione degli altri o coinvolge poco le persone nelle proprie esperienze, questi elementi meritano attenzione, soprattutto quando compaiono insieme ad altre difficoltà comunicative.
L’obiettivo non è attribuire un’etichetta, ma comprendere se esistano competenze che possiamo iniziare a sostenere.
Dal dito all’attenzione condivisa
Indicare è quindi molto più che dirigere un dito verso qualcosa.
Può significare:
“Lo voglio.”
Ma può significare anche:
“Guarda quello che sto guardando.”
Ed è proprio in questa seconda forma che emerge qualcosa di particolarmente importante per lo sviluppo sociale: il desiderio di costruire con un’altra persona un piccolo pezzo di esperienza comune.
Da qui nasce il tema del prossimo articolo della serie:
Guardare insieme: come nasce l’attenzione congiunta.
Mundy, P. Autism and Joint Attention: Development, Neuroscience, and Clinical Fundamentals. Guilford Press.
Tomasello, M. Origins of Human Communication. MIT Press.
Carpenter, M., Nagell, K., Tomasello, M. Social Cognition, Joint Attention, and Communicative Competence from 9 to 15 Months of Age. Monographs of the Society for Research in Child Development.
Orrù, F., Pinna, N. C. Gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali per l’autismo: una guida operativa per professionisti e caregiver.




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