Guardare insieme: come nasce l’attenzione congiunta - Intervento precoce, un passo alla volta – 4
Questa serie nasce dall’esperienza dello Studio Pedagogico Maieutica e dal lavoro maturato nell’ambito degli Interventi Naturalistici Evolutivi Comportamentali. Riprendendo alcuni temi approfonditi nel nostro libro, accompagneremo il lettore, un passo alla volta, dentro le competenze fondamentali dell’intervento precoce, con uno sguardo concreto, evolutivo e attento alla quotidianità del bambino.
Nel precedente articolo abbiamo approfondito il gesto di indicare e abbiamo visto come, a un certo punto dello sviluppo, il bambino non si limiti più a osservare qualcosa che lo interessa, ma provi a coinvolgere un’altra persona.
È proprio da qui che possiamo fare un passo ulteriore.
Quando il bambino guarda qualcosa, poi cerca l’adulto e sembra voler dire “Guarda anche tu!”, si sta costruendo una competenza fondamentale dello sviluppo sociale: l’attenzione congiunta.
Guardare la stessa cosa non basta
Due persone possono trovarsi davanti allo stesso acquario e osservare entrambe un pesce. Questo, da solo, non significa necessariamente che stiano condividendo l’attenzione.
L’attenzione diventa davvero congiunta quando, in qualche modo, ciascuno riconosce che anche l’altro sta partecipando alla stessa esperienza.
Un bambino vede un palloncino volare.
Guarda il palloncino.
Poi guarda il papà.
Il papà sorride e dice:
“È volato via!”
Il bambino torna a guardare il palloncino e poi nuovamente il papà.
In pochi secondi l’attenzione si muove tra bambino, adulto e oggetto. È questa piccola triangolazione a rendere l’esperienza condivisa.
Nel nostro libro definiamo infatti l’attenzione congiunta come la capacità di condividere con un’altra persona l’interesse per un oggetto, un evento o un suono: non semplicemente guardare la stessa cosa, ma partecipare insieme a quell’esperienza.
Seguire l’altro e coinvolgere l’altro
L’attenzione congiunta può svilupparsi in due direzioni.
A volte è l’adulto che cerca di portare il bambino verso qualcosa:
“Guarda, un uccellino!”
indica il cielo e il bambino segue il gesto o lo sguardo.
In questo caso parliamo di risposta all’attenzione congiunta.
Altre volte accade il contrario. È il bambino a vedere qualcosa di interessante e a cercare di coinvolgere l’adulto: indica, mostra un oggetto, vocalizza oppure alterna lo sguardo tra la persona e ciò che ha attirato la sua attenzione.
È quella che viene definita iniziativa di attenzione congiunta.
Nel precedente articolo abbiamo già incontrato entrambe queste situazioni parlando dell’indicazione. Ma il punto importante è che l’attenzione congiunta è più ampia del gesto di indicare.
Un bambino può condividere qualcosa anche mostrandoci un giocattolo, avvicinandolo al nostro viso, sorridendo mentre guarda un evento sorprendente oppure cercando la nostra reazione dopo che qualcosa è successo.
Perché è così importante?
Perché gran parte di ciò che un bambino apprende nei primi anni passa attraverso gli altri.
Immaginiamo una passeggiata.
“Guarda il gatto!”
“È arrivato l’autobus.”
“Senti la sirena?”
“Guarda come corre quel cane!”
Seguendo lo sguardo, i gesti e le reazioni dell’adulto, il bambino non scopre soltanto dove guardare. Scopre che cosa è interessante, collega le parole agli oggetti, osserva le emozioni degli altri e costruisce significati condivisi.
Per questo l’attenzione congiunta è strettamente collegata allo sviluppo della comunicazione, del linguaggio e dell’apprendimento sociale ed è considerata una delle competenze centrali negli interventi NDBI.
Potremmo sintetizzarlo così:
se riesco a entrare nel tuo punto di attenzione, posso imparare qualcosa da ciò che stai guardando, facendo e dicendo.
Attenzione congiunta non significa “guardami negli occhi”
Questo è un punto importante.
Favorire l’attenzione congiunta non significa chiedere continuamente al bambino:
“Guardami!”
né mantenere il contatto oculare per un certo numero di secondi.
Lo sguardo verso il volto può certamente far parte dello scambio, ma non è il fine dell’interazione.
Ci interessa piuttosto che il bambino riesca progressivamente a coordinare la propria attenzione con quella dell’altra persona.
Può farlo con uno sguardo rapidissimo, un sorriso, un gesto, una vocalizzazione o avvicinandoci qualcosa che vuole mostrarci.
L’obiettivo non è ottenere una prestazione visiva, ma costruire condivisione.
Come possiamo favorirla nella vita quotidiana?
Non servono attività particolarmente elaborate.
Seguiamo ciò che interessa al bambino
Se il bambino è concentrato su una macchinina, invece di provare immediatamente a spostare la sua attenzione su qualcos’altro possiamo entrare nella sua attività.
“Corre velocissima!”
Possiamo prendere un’altra macchina, farla partire accanto alla sua, aspettare una sua reazione.
Prima di chiedergli di entrare nel nostro interesse, possiamo provare noi a entrare nel suo.
Rispondiamo quando cerca di coinvolgerci
Se il bambino ci mostra qualcosa, guardiamola davvero.
Se indica un aereo, non limitiamoci a dire:
“Bravo, hai indicato!”
È molto più naturale guardare il cielo e rispondere:
“Wow, un aereo! Sta andando lontano!”
In questo caso la risposta dell’adulto rinforza il significato sociale del gesto, non semplicemente la sua esecuzione.
Usiamo le piccole sorprese
Le bolle di sapone che scoppiano, una torre che cade, un pupazzo che compare improvvisamente o un rumore curioso possono generare spontaneamente il desiderio di cercare la reazione dell’altro.
L’adulto può partecipare con espressioni autentiche:
“Oh!”
“È caduta!”
“Hai sentito?”
Sono momenti semplicissimi, ma possono trasformarsi in brevi episodi di esperienza condivisa.
Lasciamo il tempo di rispondere
A volte gli adulti parlano, indicano, fanno una domanda e subito dopo aggiungono un’altra indicazione.
È utile invece lasciare qualche secondo perché il bambino possa orientarsi, guardare, vocalizzare o rispondere a modo suo.
L’attenzione condivisa ha bisogno anche di pause.
Il gioco è il luogo ideale
Negli NDBI l’attenzione congiunta viene sostenuta soprattutto all’interno del gioco, delle routine e delle attività che hanno già un significato per il bambino. Modelli come JASPER le attribuiscono un ruolo centrale insieme al gioco simbolico, al coinvolgimento e alla regolazione.
Non è difficile comprenderne il motivo.
Quando adulto e bambino fanno le bolle insieme, costruiscono una torre, sfogliano un libro o fanno partire una macchinina, hanno continuamente qualcosa su cui incontrare la propria attenzione.
Il gioco crea naturalmente quel triangolo:
io – tu – qualcosa che ci interessa.
Quando questa condivisione compare poco
Anche in questo caso non dobbiamo trasformare una singola competenza in un test diagnostico.
Alcuni bambini possono sviluppare queste abilità con tempi e modalità differenti.
È però utile osservare nel complesso se il bambino:
segue ciò che gli altri indicano o guardano;
cerca di mostrare ciò che gli interessa;
alterna occasionalmente l’attenzione tra oggetti e persone;
cerca la reazione dell’adulto davanti a qualcosa di divertente o sorprendente;
partecipa a brevi momenti di interesse condiviso.
Quando queste modalità sono molto rare, soprattutto insieme ad altre difficoltà nella comunicazione e nell’interazione sociale, può essere utile sostenerle precocemente.
Come abbiamo visto fin dall’inizio di questa serie, non è necessario aspettare un’etichetta per aiutare una competenza evolutiva che sta facendo fatica a emergere.
Guardare insieme significa imparare insieme
L’attenzione congiunta può durare pochi secondi.
- Un bambino vede qualcosa.
- Cerca l’adulto.
- L’adulto risponde.
Per un momento entrambi sono dentro la stessa esperienza.
Sembra poco, ma è proprio attraverso migliaia di piccoli episodi come questo che, nei primi anni, il bambino impara che le altre persone possono essere compagni di scoperta.
E questo ci conduce naturalmente al prossimo passo della nostra serie.
Perché prima ancora di insegnare abilità sociali complesse, è necessario che stare con l’altro possa diventare qualcosa di interessante e piacevole.
Nel prossimo articolo parleremo quindi de:
Il piacere di stare insieme: costruire il coinvolgimento sociale nei primi anni.
Fonti per approfondire
Mundy, P. Autism and Joint Attention: Development, Neuroscience, and Clinical Fundamentals. Guilford Press.
Sigman, M., Mundy, P. e colleghi. Studi sul ruolo dell’attenzione congiunta nello sviluppo sociale e comunicativo.
Kasari, C. e colleghi. Studi sul modello JASPER (Joint Attention, Symbolic Play, Engagement and Regulation).
Orrù, F., Pinna, N. C. Gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali per l’autismo: una guida operativa per professionisti e caregiver.





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