Segnali precoci di autismo e diagnosi precoce: cosa osservare a 12, 18 e 24 mesi
Quando un bambino mostra difficoltà nello sviluppo, molte famiglie entrano in una fase fatta di dubbi, attese, visite, pareri diversi e tempi spesso lunghi. Succede spesso. Troppo spesso.Ci si accorge che qualcosa non procede come dovrebbe: il linguaggio tarda a partire, la comunicazione è ridotta, il gioco appare povero, il contatto sociale fragile, compaiono rigidità, difficoltà attentive, crisi frequenti oppure uno sviluppo che sembra rallentare in alcune aree. Eppure, non sempre arriva subito una diagnosi chiara. Ed è proprio qui che nasce uno degli errori più frequenti: aspettare la diagnosi prima di iniziare ad aiutare il bambino.
Nel lavoro quotidiano dello Studio Pedagogico Maieutica, questa è la situazione che incontriamo più spesso. Famiglie che hanno aspettato mesi — a volte più di un anno — prima di ricevere una risposta definitiva, e che in quel frattempo non sapevano se fosse giusto agire o aspettare. La risposta che diamo sempre è la stessa: se le difficoltà ci sono, il sostegno può iniziare adesso.
Le difficoltà vengono prima dell’etichetta
Dal punto di vista educativo e clinico, il punto centrale è semplice: prima del nome diagnostico contano le difficoltà reali del bambino.
Se un bambino sta faticando, quella fatica merita attenzione subito.
Aspettare passivamente che arrivi una definizione precisa rischia di far perdere tempo prezioso. La domanda più utile non è: “Che diagnosi avrà?”, ma piuttosto: “Di che cosa ha bisogno adesso?”
Questo orientamento è coerente con ciò che oggi sappiamo sullo sviluppo infantile: i primi anni di vita rappresentano una fase di enorme plasticità cerebrale, in cui l’ambiente, le relazioni e le esperienze possono incidere profondamente sul percorso evolutivo del bambino. Proprio per questo, diagnosi precoce e intervento tempestivo non sono un lusso per pochi, ma una necessità concreta.
Perché il tempo conta davvero
Le neuroscienze mostrano che nei primi anni di vita il sistema nervoso è particolarmente plastico. In questa fase esistono finestre di sviluppo molto sensibili, nelle quali l’ambiente può influenzare in modo significativo la crescita del bambino, in positivo ma anche, se le difficoltà non vengono riconosciute, in senso disfunzionale.
Per questo, quando emergono segnali di rischio, non ha senso restare fermi in una logica del tipo “vediamo più avanti”. Certo, non bisogna neppure allarmarsi per ogni piccola differenza. Ma tra il panico e l’attesa passiva c’è una terza strada, molto più sensata: osservare bene, approfondire presto e attivare i sostegni necessari.
Intervenire presto non significa etichettare un bambino
Iniziare un intervento precoce non significa "mettere un'etichetta" troppo presto, né marchiare un bambino. Significa riconoscere che, in quel momento della sua crescita, ci sono fragilità che meritano sostegno. Se poi, col tempo, si capirà che non era presente un disturbo strutturato, quel lavoro non sarà stato inutile.
Al contrario, avrà comunque avuto valore: avrà sostenuto lo sviluppo, ridotto una fatica concreta, aiutato i genitori a comprendere meglio il proprio figlio e accompagnato una fase delicata con maggiore competenza.
Quando c’è un sospetto di autismo, il fattore tempo pesa ancora di più
Questo vale per tutti i ritardi dello sviluppo, ma diventa ancora più importante quando c’è un sospetto di autismo.
Oggi sappiamo che i primi marcatori comportamentali possono emergere già nel secondo anno di vita e che una diagnosi affidabile può essere formulata già tra i 18 e i 24 mesi. Eppure, nella pratica reale, molte famiglie arrivano alla diagnosi molto più tardi, spesso dopo mesi o anni di attese, rassicurazioni superficiali e percorsi frammentati.
Questo ritardo ha un costo. Non solo clinico, ma anche emotivo e familiare.
Quando i segnali ci sono ma nessuno li prende davvero sul serio, i genitori restano spesso bloccati in una specie di terra di mezzo: sono preoccupati, ma non si sentono autorizzati ad agire. E intanto il bambino continua a crescere.
I segnali precoci: cosa osservare a 12, 18 e 24 mesi
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| fig.1 Segnali precoci: comportamenti socio-comunicativi che meritano particolare attenzione quando sono assenti, molto fragili o poco frequenti. |
Nessun singolo segnale basta, da solo, per fare diagnosi. I bambini non sono fotocopie, e lo sviluppo non segue sempre traiettorie identiche. Però esistono alcuni comportamenti socio-comunicativi che meritano particolare attenzione quando sono assenti, molto fragili o poco frequenti.
12 mesi
Intorno ai 12 mesi è importante osservare se il bambino:
- mantiene un contatto oculare regolare e spontaneo con i familiari in diversi contesti;
- indica qualcosa fuori portata e poi si volta verso l’adulto per condividere l’attenzione;
- usa gesti comunicativi semplici, come salutare con la mano, fare ciao o battere le mani;
- imita semplici azioni dell’adulto, per esempio battere due oggetti insieme o pettinarsi;
- risponde al nome in modo abbastanza costante, voltandosi verso chi lo chiama;
- segue l’indicazione dell’adulto guardando l’oggetto indicato, e non soltanto la mano;
- mostra un sorriso sociale spontaneo, cioè guarda e sorride senza bisogno di essere toccato o solleticato;
- produce balbettio colloquiale, con vocalizzazioni che sembrano quasi piccoli scambi comunicativi;
- usa almeno 1-3 parole;
- comprende semplici istruzioni, come riconoscere un oggetto nominato o cercarlo quando viene chiesto.
A questa età, in particolare, iniziano a diventare molto importanti i segnali di attenzione condivisa, cioè la capacità di coinvolgere l’altro nel proprio interesse. Non basta voler prendere qualcosa: conta anche il desiderio di “portare dentro” l’altro nella propria esperienza.
18 mesi
A 18 mesi alcuni segnali già presenti a 12 mesi dovrebbero essere più consolidati. Oltre a contatto oculare, gesti e pointing, è importante osservare se il bambino:
- mostra oggetti o giocattoli all’adulto guardandolo in volto;
- mette in atto un primo gioco di finzione, come far finta di dare da mangiare a un pupazzo o farlo bere;
- usa almeno 2-3 parole, o comunque un piccolo repertorio verbale chiaro e funzionale;
- comprende più parole di quante ne produca;
- segue semplici istruzioni verbali senza bisogno del gesto dell’adulto;
- sa indicare alcune parti del viso, come occhi, naso o bocca, quando vengono nominate.
Un altro aspetto molto importante a questa età è il mantenimento delle competenze acquisite. Se un bambino aveva iniziato a usare parole, gesti o abilità comunicative e poi smette di usarli, la cosa va presa sul serio.
La perdita di abilità: un segnale da non banalizzare
Tra tutti i segnali precoci, uno merita un’attenzione speciale: la perdita di abilità già acquisite.
Se un bambino aveva imparato a usare una parola, un gesto, un comportamento sociale o una piccola competenza comunicativa e poi smette di farlo, non è prudente liquidare tutto con un *“passerà”*.
In generale, quando un’abilità è stata davvero acquisita, non dovrebbe scomparire in modo netto. Una regressione del linguaggio, dei gesti o delle competenze sociali è un campanello d’allarme importante e richiede un approfondimento tempestivo.
24 mesi
A 24 mesi entrano in gioco anche indicatori linguistici più strutturati. È importante osservare se il bambino:
- usa circa 20-50 parole;
- produce frasi di due parole, anche semplici;
- riesce a seguire istruzioni un po’ più complesse, che richiedono un livello maggiore di comprensione linguistica.
Non tutti i bambini arrivano a 24 mesi con un profilo identico, ma a questa età il linguaggio dovrebbe iniziare a diventare uno strumento più evidente di comunicazione. Quando ciò non accade, oppure quando resta molto povero insieme ad altre fragilità sociali e comunicative, è importante non perdere altro tempo.
Non esistono marcatori biologici semplici da usare al posto dell’osservazione
Nonostante i progressi della ricerca, oggi non esistono ancora marcatori biologici affidabili e universalmente applicabili che possano sostituire l’osservazione clinica nello screening e nell’identificazione precoce dell’autismo.
Questo significa una cosa molto concreta: l’osservazione del comportamento del bambino resta centrale. E restano centrali anche le segnalazioni dei genitori, che sono spesso i primi a cogliere che qualcosa non sta andando nella direzione attesa.
In altre parole, strumenti sofisticati, esami e tecnologie possono essere utili, ma non rimpiazzano il valore dell’anamnesi, della valutazione clinica e di uno sguardo competente sullo sviluppo.
L’intervento precoce può cambiare davvero la traiettoria
L’idea che l’intervento precoce sia utile non è solo intuitiva: è supportata dalle evidenze.
Nel caso dell’autismo, diversi studi hanno mostrato che un accesso tempestivo ai supporti può migliorare aspetti cognitivi, adattivi, comunicativi e relazionali. Può anche ridurre lo stress familiare e aumentare le opportunità di apprendimento nelle routine quotidiane.
Gli interventi NDBI e il Denver Model: approcci pensati per i bambini piccoli
Negli ultimi anni si è consolidato l’interesse verso gli NDBI (Naturalistic Developmental Behavioral Interventions), cioè gli interventi naturalistici evolutivi comportamentali.
Questi sono interventi che integrano attenzione allo sviluppo, strategie comportamentali basate sull'evidenza, centralità della relazione e apprendimento nel gioco e nelle routine quotidiane, con un coinvolgimento attivo dei caregiver.
Tra i modelli più noti c’è l’Early Start Denver Model, sviluppato proprio per bambini molto piccoli con autismo o con forte sospetto di autismo.
Il punto interessante è che questi approcci non si limitano a “fare terapia” in senso stretto, ma cercano di aumentare le occasioni di apprendimento nella vita quotidiana, potenziare comunicazione, attenzione condivisa, imitazione e gioco, e sostenere i genitori con strategie concrete.
Anche questo, in fondo, è un cambio di prospettiva importante: non si tratta solo di lavorare sul bambino, ma di lavorare con il bambino e intorno al bambino.
Perché si aspetta ancora troppo?
Nella pratica reale, tra i primi dubbi e una diagnosi formale possono passare mesi — a volte molti mesi. Le ragioni sono diverse: liste d'attesa, servizi sovraccarichi, segnali inizialmente sfumati, rassicurazioni eccessive, difficoltà della famiglia ad accettare il dubbio, scarsa conoscenza dello sviluppo socio-comunicativo tipico e atipico, approccio attendista del tipo "aspettiamo e vediamo".
Il problema è che, quando i segnali sono significativi, questo atteggiamento rischia di trasformarsi in un ritardo evitabile. Aspettare non è sempre prudenza. A volte è solo una perdita di tempo mascherata da calma.
Un aiuto può iniziare anche prima della diagnosi definitiva
Se ci sono difficoltà significative nello sviluppo, ha senso iniziare a sostenere il bambino anche prima della diagnosi definitiva. Meglio un sostegno in più che mesi di attesa passiva. Meglio osservare, accompagnare, potenziare, aiutare i genitori a leggere meglio i segnali del bambino e creare occasioni di crescita concrete.
Se il problema c'è davvero, si sarà iniziato prima. Se invece non verrà confermato, si sarà comunque fatto qualcosa di utile.
Hai dubbi sullo sviluppo di tuo figlio? Possiamo parlarne
Se stai osservando qualcosa che ti preoccupa — nel linguaggio, nella comunicazione, nel gioco o nelle relazioni del tuo bambino — non aspettare che i dubbi si risolvano da soli.
Allo Studio Pedagogico Maieutica lavoriamo come pedagogisti specializzati nell'intervento precoce. Il nostro ruolo non è formulare diagnosi ma entrare prima: quando i segnali ci sono, quando l'attesa è lunga e quando il bambino non può aspettare. Lavoriamo con approcci NDBI pensati per bambini piccoli e per le loro famiglie, supportando lo sviluppo nelle routine quotidiane e accompagnando i genitori con strumenti concreti, anche mentre il percorso diagnostico è ancora in corso.
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Fonti essenziali
- Hyman, S. L., Levy, S. E., & Myers, S. M. (2020). Identification, Evaluation, and Management of Children With Autism Spectrum Disorder. Pediatrics.
- Centers for Disease Control and Prevention. Accessing Services for Autism Spectrum Disorder.
- Dawson, G., Rogers, S., Munson, J., et al. (2010). Randomized, Controlled Trial of an Intervention for Toddlers With Autism: The Early Start Denver Model. Pediatrics.
- Schreibman, L., Dawson, G., Stahmer, A. C., et al. (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders.
- Barbaro, J., & Dissanayake, C. (2009). Autism Spectrum Disorders in Infancy and Toddlerhood: A Review of the Evidence on Early Signs, Early Identification Tools, and Early Diagnosis. Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics.





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